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Che passare ore, giorni, con gli occhi incollati ad uno stereomicroscopio per rimuovere minuscole incrostazioni armati solo della lama di un bisturi non giovi alla salute mentale sembra evidente ai più. Tuttavia anche coloro che coltivano un sano cinismo nei confronti del mestiere del restauro potrebbero impressionarsi nel curiosare tra gli scaffali di un laboratorio; i materiali impiegati sembrano spesso essere frutto di uno strano incrocio tra il piccolo chimico, il laboratorio del dott. Frankenstein e la dispensa di nonna papera. Chi si occupa di manufatti lignei non proverà alcun rimorso nell’utilizzare colla ottenuta dalla bollitura delle pelli di poveri, indifesi e batuffolosi coniglietti; il sacrificio dei teneri animaletti assicura d’altronde perfetta compatibilità con le tecniche tradizionali e buona durabilità. Se invece il legno con cui ci confrontiamo proviene da scavi archeologici, l’IVALSA, istituto del CNR impegnato nella valorizzazione del legno e delle specie arboree, consiglia l’uso del lactilolo, un glucide normalmente impiegato come dolcificante ed additivo alimentare (http://www.ivalsa.cnr.it/progetti-in-corso/patrimonio-culturale/determinazione-della-metodologia-di-consolidamento-dei-reperti-polimaterici-del-cosiddetto-trono-di-villa ). Qualora il nostro scopo sia il consolidamento di strati pittorici con problemi di adesione al supporto, un aiuto può venire dall’esperienza dei restauratori russi, che per tradizione ricorrono alla colla di storione; meno viscosa delle comuni colle animali (come la già citata colla di coniglio) e degli equivalenti polimeri di sintesi, può penetrare maggiormente in profondità, e la sua capacità di liquefarsi a temperature relativamente basse comporta un minor stress da calore sul manufatto (http://cool.conservation-us.org/coolaic/jaic/articles/jaic32-01-003.html ). A questo punto potrà apparire del tutto ovvia la scelta, come consolidante per la carta, del funori, materiale utilizzato a questo scopo in Giappone da oltre 300 anni e ricavato da alghe rosse della famiglia delle Gloiopeltis.

(http://cool.conservation-us.org/jaic/articles/jaic44-02-005.html)

Ma i restauratori sono veramente pazzi? Sì, lo sono, ma solo nella misura in cui sia considerata pazzia cercare in ogni angolo del mondo, in ogni ramo del sapere umano, in ogni scrigno delle tradizioni quegli strumenti che ci consentano di operare sui manufatti storici per garantirne la sopravvivenza senza snaturare la loro consistenza materiale … e per accettare una sfida così ardua, un po’ di follia è necessaria.

By Chiara Zoia

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