René mi aspetta puntuale sotto casa, alle 9 precise. La sua eleganza è impeccabile. Mentre in macchina ci spostiamo verso scuola non manca di osservare quanto il sole sia bello questa mattina e la luce è davvero abbagliante mentre saliamo i gradini dell’ingresso delle scuole Lattes.

Ho conosciuto René Mattalia quattro anni fa, quando per la prima volta lo contattai telefonicamente per invitarlo a scuola (anche in quell’occasione per la commemorazione del Giorno della Memoria): René è stato nostro ospite in altre occasioni nel corso degli anni successivi e averlo tra noi è sempre una gioia, non solo per quella galanteria da vero signore che immancabilmente lo contraddistingue, ma soprattutto per la profonda forza morale che mi commuove e mi fa riflettere. Sono esemplari la grinta e la dedizione con cui si presta a visitare scuole, ad accogliere inviti, a partecipare a eventi e a raccontare, a testimoniare la sua storia, la nostra Storia.

Ci siamo preparati a questo incontro, riflettendo sull’orrore dell’Olocausto attraverso letture e digressioni: incontrare René significa dialogare con un testimone reale, che ha respirato ciò che noi abbiamo solo letto. Tutta la sua vita scorre a cavallo di quasi un secolo e ha raccolto tracce degli eventi più significativi del Novecento: la sua famiglia rientrò infatti in valle Maira negli anni Trenta, in pieno regime fascista; dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, René fu soldato sul fronte russo; in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò nelle fila della resistenza; arrestato dalla milizia fascista fu quindi deportato nel lager austriaco di Mauthausen.

Il racconto di questa storia ha inizio quasi subito. Al centro dell’aula, René si presenta ai ragazzi e rievoca rapidamente l’occasione della sua cattura in quanto partigiano, a Fossano; la prigionia alle Carceri Nuove di Torino, successivamente nel campo di raccolta di Fossoli, nei pressi di Modena, e nel campo di raccolta di Bolzano. René ricorda l’inconsapevolezza di chi era prigioniero: “Noi non sapevamo nulla dei campi di sterminio in Europa!”, ricorda anche come la fuga dai campi di raccolta italiani fosse spesso ostacolata dalla stessa popolazione locale (“ I contadini ricevevano dalle autorità fasciste 500 lire per ogni prigioniero fuggitivo che venisse recuperato e restituito al campo”).

Quindi la deportazione per l’Austria su una tradotta (“Eravamo 173”): i deportati non conoscono la destinazione del loro viaggio e giungono a Mauthausen in piena notte. Il paesaggio austriaco, nella notte stellata, appare quasi paradisiaco ai prigionieri che scesi dal vagone, si abbandonano ad apprezzamenti sul bel panorama: “Il mio compagno non aveva ancora finito di parlare che una SS lo colpì violentemente sulla spalla. Non poté muovere il braccio per diversi giorni”. L’ingresso nel lager risponde alla normale prassi nazista: “Appena arrivati ci sono venute incontro delle SS con dei cani e ci hanno ordinato di spogliarci; hanno separato i sani dai malati; ci hanno rasato completamente, ci hanno fatto fare la doccia e ci hanno consegnato la nostra divisa. Quindi siamo stati destinati alla baracca della quarantena: 120 persone stipate come sardine, dormivamo uno di fianco all’altro in uno spazio in cui a malapena sarebbero stati una quarantina di uomini”. René rievoca quindi la solidarietà dei prigionieri spagnoli: “Erano i deportati con maggiore anzianità e godevano di alcuni privilegi all’interno del lager. Erano prigionieri politici che avevano combattuto nel proprio paese contro il regime di Franco, quindi erano fuggiti in Francia arruolandosi con i francesi. Tutti questi spagnoli vennero deportati a Mauthausen e molti di loro costruirono la scala di 186 gradoni in pietra che conduceva dal lager alla cava di granito”. Sarà proprio uno di questi prigionieri spagnoli a consigliare a René di dichiararsi “disegnatore” (chi non lo fece fu destinato al sottocampo di Gusen, dalle condizioni pesantissime): tale professione permetterà in seguito a René di essere trasferito nel sottocampo di Lintz, con mansioni meno gravose.

René si sofferma con orgoglio sull’episodio di una sua coraggiosa presa di posizione contro lo spietato Kapò della baracca: “Sapevo che sarei stato ucciso per questo, e mi sono detto: muoio io, ma muore anche lui”; ancora una volta fortunatamente l’intervento degli spagnoli evitò la conseguenza fatale di tale gesto; René scontò comunque l’obbligo di lavorare alla cava per dieci giorni, trasportando sulla propria schiena per otto volte al giorno, salendo e scendendo sulla gradinata in pietra, blocchi di granito del peso di circa quaranta chili (“Cominciavamo alle 4 del mattino. Il lato più terribile di questo lavoro è che non sapevamo quanto sarebbe durato”). Successivamente, dopo un impiego nella sezione dei boscaioli (“Non avevo mai tenuto in mano una sega…ma ancora adesso so tutto di come si fa cadere un albero”), in seguito ad alcuni problemi alle gambe, René è ricoverato per una settimana nella baracca infettivi. Qui assiste a una scena disumana: un padre che cerca di estrarre il cibo dalla bocca del figlio (“Si perdeva completamente l’umanità. C’erano situazioni terribili. Speravi che il tuo vicino morisse, per avere la sua razione di pane, per avere un briciolo di spazio in più nel dormitorio…La prima notte in infermeria, quando sono sceso dal letto per andare al bagno, sono inciampato in tre cadaveri: erano ammassati lì sul pavimento, nessuno li spostava”).

L’ultimo impiego di René è presso il sottocampo di Linzt, appunto come disegnatore: “Eravamo in 20. Avevo l’incarico di controllare le saldature delle torrette dei carrarmati e di segnare con un gesso eventuali anomalie. Noi cercavamo di segnare più anomalie di quante in realtà ce ne fossero: era una forma di sabotaggio, perché obbligava a fare controlli ulteriori, generando quindi rallentamenti nella produzione”.

Al momento della liberazione, all’inizio di maggio del 1945, René è debilitato, in condizioni di salute molto precarie (“Pesavo 37 Kg; il mio peso forma era di 72 Kg”). Rievoca anche con amarezza le difficoltà per gli italiani superstiti di tornare in patria (“Solo dopo 20 giorni riuscimmo a trovare un treno per tornare in Italia”). Del resto lo stesso rimpatrio non è privo di delusioni, poiché poche persone credono realmente a quanto i reduci testimoniano.

René parla ininterrottamente da un’ora e mezza, ogni tanto si schiarisce la gola, si commuove pensando al compagno che aveva pregato di poter morire in Italia ma poi si spense di sfinimento poco tempo dopo la liberazione.

Resta il tempo per alcune riflessioni e chiediamo a René un consiglio per noi giovani. Il tono è deciso, chiaro: “Abbiate il coraggio delle vostre idee. I nostri avversari vanno rispettati, dovete rispettare le idee altrui ma avere il coraggio delle vostre e ribellarvi se ritenete che stia avvenendo un’ingiustizia”. Si sofferma su quanto la situazione politica attuale non prometta niente di buono per il futuro e ci mette in guardia, pregandoci di “avere il cuore grande e la passione per i nostri valori”, per i valori per cui altri giovani, in altre epoche, hanno lottato, hanno vissuto e sono morti. Applaudiamo René con un applauso forte, caldo, rumoroso.

I ragazzi, uno a uno, si avvicinano e gli stringono la mano. Joshua consegna a René il suo dono: un cerchio di legno di noce, intagliato sulla superficie nella sagoma di un albero: il simbolo della vita che, ancorata alla Storia con radici ben salde, continua elevandosi verso il cielo in rami e volute. Due parole incise: Vita e Libertà.

Tutti siamo commossi, innamorati di questo uomo straordinario e della sua dignità. Grazie René, per questa passione, per il coraggio, per la storia che ci hai fatto ascoltare e rivivere attraverso la tua voce.

 

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