Il XX secolo in Europa viene inaugurato da un appuntamento che si era andato consolidando nei precedenti cinquanta anni, coinvolgendo in un vorticoso rinnovamento i meccanismi tanto dell’economia quanto del mondo dell’arte: un’Esposizione Universale, in particolare quella che si tenne a Parigi tra il 15 aprile ed il 19 novembre del 1900.
Il XX secolo in Europa viene inaugurato da un appuntamento che si era andato consolidando nei precedenti cinquanta anni, coinvolgendo in un vorticoso rinnovamento i meccanismi tanto dell’economia quanto del mondo dell’arte: un’Esposizione Universale, in particolare quella che si tenne a Parigi tra il 15 aprile ed il 19 novembre del 1900.
Prima di questo evento la Francia aveva dato vita, negli anni della Rivoluzione, ad iniziative analoghe, ma limitate ai confini nazionali: la prima esposizione nazionale dei prodotti dell’industria francese – voluta dallo Stato – ebbe luogo nel 1798, e il suo significato fu anzitutto politico, come segno di opposizione alla predominanza industriale raggiunta dall’Inghilterra. Da quell’anno a Parigi fino al 1849 si svolsero quindi 11 esposizioni nazionali, con un numero di espositori che passò da 110 a 4000.
Il vero salto di qualità si deve però al Regno Unito: in una sorta di gioco al rialzo la cultura inglese si volle appropriare di un mezzo di promozione elaborato in Francia per contrastare l’egemonia industriale britannica e ne amplificò la portata, aprendo le porte alla partecipazione delle altre nazioni. Nacque così nel 1851 la Great Exhibition di Londa, che avviò una stagione di esposizioni internazionali, fondamentali nella costruzione della cultura contemporanea in quanto aree di sperimentazione ed espansione dei dispositivi necessari al rapporto tra acquirente e consumi – réclame, attrazioni, vetrine, grandi magazzini – base per l’evoluzione del marketing che caratterizzerà il Novecento.
Le esposizioni, fenomeno tipicamente ottocentesco, segnato dalla prima rivoluzione industriale, furono anche eventi di grande fascino perché mantennero l’atmosfera tradizionale della piazza-mercato, della festa, delle grandi fiere, traghettando nella modernità un sistema di relazioni che aveva contribuito a costruire la cultura europea fin dal Medioevo.
Il successo di questi eventi risultò quindi crescente, ed essi si caricarono di valori simbolici, più o meno espliciti; possiamo ed esempio notare che la data di un’esposizione non fu quasi mai casuale:
- le esposizioni francesi del 1855 e 1867 furono risposte a quelle londinesi del 1851 e del 1862, mentre quella del 1878 doveva segnare la rinascita della Francia dopo il disastro della guerra franco-prussiana;
- gli Stati Uniti celebrarono il centenario dell’indipendenza nel 1876 a Filadelfia, e i 400 anni della scoperta dell’America a Chicago nel 1893;
- Vienna festeggiò nel 1873 i 25 anni di regno di Francesco Giuseppe;
- il 1900 fu occasione per la Francia di mostrare il “bilancio” di un secolo;
- il 1898 e il 1911 furono ricorrenze anche per le esposizioni torinesi.
Disse in proposito Walter Benjamin:
Le esposizioni mondiali trasfigurano il valore di scambio delle merci; creano un ambito in cui il loro valore d’uso passa in secondo piano; inaugurano una fantasmagoria in cui l’uomo entra per lasciarsi distrarre. L’industria dei divertimenti gli facilita questo compito, sollevando all’altezza della merce.
Occorre in effetti constatare che L’Esposizione Universale di Parigi del 1900 superò la quota di 50 milioni di visitatori (solo quella di Osaka del 1970 fece altrettanto), e questo successo fu solo in parte motivato dall’interesse per il progresso industriale o per gli intrecci economici. Questo evento verrà infatti ricordato soprattutto per gli spettacolari apparati temporanei, lo sfarzo di luci elettriche, che meriterà a Parigi il titolo di Ville Lumière, e la comparsa della forma di intrattenimento contemporaneo per eccellenza, il cinema, i cui primi prodotti vennero presentati al pubblico proprio in tale occasione. Questa gigantesca massa di persone potè inoltre per la prima volta spostarsi velocemente attraverso la capitale francese utilizzando la nuova metropolitana, che tagliava la città da Est ad Ovest, dalla porta di Vicenne a quella di Maillot; le stazioni, ancora oggi celeberrime, furono decorate da Hector Guimard, e restano tra i momumenti più conosciuti dell’Art Nouveau.
Ecco, quasi ci si dimentica, nella roboante mole di informazioni legate all’Esposizione Universale, di ricordare un altro evento di grande rilevanza: nel padiglione dedicato all’arredo e alla decorazione vengono presentati oggetti nuovi, caratterizzati da linee sinuose ispirate al mondo vegetale, decretando la nascita di una nuova arte per un nuovo secolo, l’Art Nouveau appunto. Ed al centro di questo rinnovamento troviamo la città di Torino, che si aggiudica la medaglia d’oro per l’arredo attraverso l’ebanista Vittorio Valambrega; titolare di una ditta nata nel 1884, egli aveva inaugurato da una decina d’anni in Via Prinicipe Amedeo 13 una nuova bottega, nella quale lavorano 50 operai circa tra falegnami, scultori tappezzieri e verniciatori, e che divenne cuore pulsante del mobile liberty, secondo la definizione italiana dell’”arte nuova”.
Si tratta sicuramente di un fatto sorprendente: un italiano che ottiene una così alta consacrazione a livello internazionale scegliendo uno stile che, allora come oggi, è considerato sostanzialmente estraneo e forzato per la cultura delle regioni di qua dalle Alpi. Da dove poteva arrivare questa capacità, artistica come imprenditoriale, di scegliere un linguaggio stilistico internazionale per imporsi in una competizione produttiva che si svolgeva su scala sempre più globale? Più che al genio del singolo viene da pensare ad un clima culturale favorevole, e ad una solida formazione.
In effetti la riflessione riguardo a quella che oggi definiremmo “formazione professionale” era stata stimolata proprio dal fenomeno delle esposizioni internazionali, che avevano avuto il merito innanzitutto di riportare alla ribalta le professionalità artigianali e protoindustriali, che fino a quel momento erano state escluse a priori dal sistema educativo e relegate alle botteghe quali luogo di trasmissione del sapere, ed inoltre di porre a confronto i differenti paesi, quindi, seppur indirettamente, i frutti dei differenti sistemi scolastici.
Proprio l’esposizione parigina del 1900, che si pone come momento di sintesi delle esperienze del secolo precedente, tentò di essere in qualche modo “didattica”, e di sottolineare come alla base del progresso umano che in quella sede veniva celebrato ci fosse la formazione scolastica. Fu così che i padiglioni nazionali accolsero quelli che vennero giudicati i migliori esempi dei rispettivi sistemi scolastici, con speciale rilievo dato a scuole di indirizzo scientifico, o a scuole di “arti e mestieri”. Per l’Italia furono scelte, tra le altre, le Scuole San Carlo, che ebbero così l’occasione di essere testimoni di uno dei più rilevanti avvenimenti della cultura europea contemporanea; non solo, ma ebbero l’onore di vedersi riconosciuta la medaglia d’argento, preceduto dall’Istituto Tecnico di Terni che si aggiudicò l’oro e seguite dal bronzo attribuito alla Regia Scuola Tecnica Giuseppe Piazzi di Palermo (con equanime ripartizione Nord – Centro – Sud). Venne in quell’occasione riconosciuto alle Scuole San Carlo il merito di contribuire alla costruzione della miglior cultura europea in un settore chiave quale la formazione professionale; ed ancora oggi la capacità di coniugare crescita intellettuale e capacità di produrre manufatti che siano segni tangibili delle cultura di un’epoca resta la cifra distintiva dell’idea di formazione delle Scuole San Carlo.




